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We live the time that a match flickers; we pop the cork of a ginger-beer bottle, and the earthquake swallows us on the instant. Is it not odd, is it not incongruous, is it not, in the highest sense of human speech, incredible, that we should think so highly of the ginger-beer, and regard so little the devouring earthquake?

 
Viviamo il tempo della breve luce di un fiammifero; stappiamo una bottiglia di birra aromatica e il terremoto ci inghiotte all’istante. Non è bizzarro, non è assurdo, non è, secondo il significato più elevato della parola umana, “incredibile” , che noi indugiamo col pensiero così a lungo su una bottiglia di birra allo zenzero e così poco, invece, sul terremoto che tutto divora?

– Robert Louis Stevenson
Virginibus Puerisque,’AesTriplex’. (mia traduzione)

Come spieghi il terremoto a un bambino? Nell’80 avevo 8 anni, il terremoto l’ho vissuto prima ancora che mi venisse spiegato.  Tutti ci ricordiamo con chi eravamo e cosa facevamo quando arrivò la prima scossa. Ricordo soprattutto come mi sembrasse immensa la grande piazza di fronte alla Reggia di Caserta, la mia città, dove in tanti ci eravamo raccolti per passare la notte in auto, nel luogo più sicuro che vi fosse al momento. E in quella Reggia andrò con mia figlia, presto, a rivedere la mostra permanente Terrae motus che, dal 1992, raccoglie 70 lavori di 66 artisti contemporanei internazionali, chiamati dal gallerista Lucio Amelio a rappresentare il catastrofico evento che sconvolse Napoli e l’Irpinia nel novembre 1980. Ad Antea ho già parlato del terremoto: a Città della scienza, a Napoli, qualche mese fa, l’ho portata a vedere un’altra mostra dal titolo “Terremoti d’Italia”, a cura della protezione civile . In questa occasione abbiamo sperimentato una “stanza sismica” nella quale veniva simulato un terremoto di intensità elevata in un edificio costruito secondo le norme anti sisma e in un altro che non lo era. Prima che iniziasse la simulazione della scossa ci hanno raccomandato di tenerci appoggiate a un corrimano per non cadere e di mantenere saldamente i bambini a noi. Per Antea è stato un gioco, come quando al luna park si va sulle montagne russe. Io avevo il cuore in gola e tanti brutti ricordi che riaffioravano, mio malgrado, alla mente. In questi giorni non ho impedito che mia figlia guardasse i telegiornali. Né ho evitato di parlare con lei del terremoto. Non so se ho fatto bene, sentivo solo che andava fatto, tutto qui. Quando penso al terremoto, oltre a quello dei miei 8 anni, penso al mio adorato e martoriato Giappone, terra che ho avuto la fortuna di conoscere e nella quale, un giorno, vorrei portare i miei figli. Quando saremo lì di certo andremo dinanzi al Budda Gigante (Daibutsu) di Kamakura, che ho potuto ammirare da vicino: è un enorme statua bronzea che, in origine, si trovava nella vasta sala di un tempio spazzato via da uno tsunami. Ma è anche un simbolo di rinascita e resistenza e di reazione alla catastrofe che tutto travolge. Quando vedevo le immagini dello spaventoso maremoto verificatosi in Giappone nel Marzo 2011 ripensavo a quella statua, alla forza d’animo che trasmetteva l’espressione di quel volto, a come quella stessa espressione la ritrovassi negli sguardi dei terremotati e degli sfollati della regione di Tohoku, messi in ginocchio, ma non vinti, dalla tragedia. Perché, malgrado il lutto e la disperazione, il terremoto non divora tutto e non spegne ogni fiammella ed è questo, e non la potenza devastatrice del terremoto stesso, ciò che è davvero incredibile.


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