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uomo uccello

Io sono un osso duro!So dominarmi. Esteriormente non lo davo a vedere, ma era in gioco il lavoro assiduo di lunghi anni, il riconoscimento del mio talento, tutto il mio futuro. «Sono un artista zoologo» dissi.«Che cosa sa fare?» chiese il direttore.«Imito le voci degli uccelli» risposi.«Purtroppo,» disse con un cenno di diniego «è roba fuori moda».«Ma come? Il tubare della tortora? Lo zirlìo dell’ortolano? Il canto della quaglia? Lo squittire del gabbiano? La melodia dell’allodola?»«Roba vecchia» disse annoiato il direttore. Mi fece male. Ma credo di non averlo dato assolutamente a vedere.«Arrivederci» dissi cortesemente, e volai via dalla finestra aperta.

(I. Örkény, Novelle da un minuto, trad. di G. Cavaglià, Edizioni e/o, Roma, 1991)

A volte pensiamo di scorgere nei nostri figli talenti inesistenti (e, facendo ciò, come scrivevo in un recente post , gli costruiamo attorno una sorta di gabbia); altre volte, al contrario,  non siamo in grado di vederne altri più o meno nascosti, più o meno evidenti. Ma se saranno degli ossi duri, come l’artista zoologo della novella, riusciranno ad  esprimersi comunque, malgrado noi o grazie a noi.

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VINTAGE CAGE di Shannon Taylor

Quei capelli d’oro erano le sbarre della sua gabbia. E se a uno non piace stare in gabbia che cosa deve fare? Deve uscire…. dipende solo da lui.

Da “La bambina dai capelli d’oro” di Gianni Rodari, in “Fiabe e Fantafiabe”, Einaudi.

C’è una fiaba di Gianni Rodari che mi inquieta ogni volta che la leggo. Parla di una bimba dai capelli d’oro di nome Rita, nata in una famiglia di gente semplice, di contadini, che vivono nei boschi. Rita è l’unica bimba bionda in un villaggio di persone dai capelli scuri. Un giorno capita al villaggio, per conoscerla, uno zio che viene dalla città ed è in giro per affari. Quando scopre che i capelli di Rita sono di oro puro decide di fermarsi in paese e convince i genitori a fare soldi sfruttando i capelli delle bambina:

<<Una miniera d’oro vivente>>, pensò lo zio di Rita. Ora pareva che non avesse più nessuna fretta di ripartire per i suoi affari. <<Sorella mia, cognato carissimo, resterò qualche giorno con voi. Però mi dovete fare un piacere. Voi vedete come Rita gioca in cortile, con gli altri bambini. Corrono, saltano, si accapigliano: così non va. E’ pericoloso. I capelli possono cadere, e ognuno di essi vale una fortuna. Bisogna che Rita se ne stia in casa, calma e tranquilla. Le comprerò delle bambole, giocherà con quelle. Le comprerò anche una bella parrucca, che le nasconda i capelli veri: se altri scoprissero che sono d’oro ne potrebbe venire un guaio…>>.

I genitori di Rita e il suo rapace zio diventano ricchi, ma la bambina è triste, sempre più triste, costretta com’è a fare una vita da reclusa, prigioniera della sua gabbia. Ma questa è una fiaba e i bambini, nelle fiabe, trovano sempre un modo per cavarsela: Rita riconquisterà la libertà e la sua chioma d’oro zecchino cederà il posto a dei normali capelli neri che le ridaranno la gioia di vivere come tutti gli altri bambini del villaggio.

Mi sono sempre chiesta perché questa fiaba mi procura una sensazione di angoscia. Credo perché mi fa pensare a quei bambini talentuosi, con una marcia in più, i cui genitori li condannano a una vita diversa dai loro coetanei, ingabbiata, purché il loro talento emerga pienamente e venga universalmente riconosciuto. Però poi rifletto che tanti genitori, anche quelli che hanno bambini “normali”, cioè privi di talenti particolari, fanno lo stesso coi propri figli: costruiscono intorno a loro delle gabbie, li tengono prigionieri delle proprie aspettative o ambizioni, più o meno inconsapevolmente, condizionandone le scelte, influendo pesantemente sulla loro crescita emotiva.

Perché, spesso, accade proprio così, come nella fiaba di Rodari: puoi amare da morire un figlio e , tuttavia, non poter fare a meno di costruirgli intorno la più dorata e  inespugnabile delle gabbie.


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