LEGGI, MAMMA, LEGGI!

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A SCUOLA!
Si radunino in classe tutti i piccoli poeti
e vengan premiati da giurati idioti
e ci si accerti che la convocazione sia generale
e poi proceda al peggio ciò che è iniziato male.
Però non si pretendi che la Musa frequenti questa scuola.
Guarda che fuga ha fatto, mica è scema.

Da “Il cinico bebè ed altre poesie” di Stevie Smith (traduzione di Gilberto Sacerdoti), Donzelli Editore (Collana Poesia)

Antea, la mia piccola poetessa, domani ha il suo primo giorno di scuola elementare.
E, da mamma-insegnante, non posso che augurarle, parafrasando le ciniche parole della Smith, che i suoi giurati non siano idioti, che tutto vada bene e proceda per il meglio, e, soprattutto, che la Musa frequenti la sua scuola senza mai darsi alla fuga perché una scuola in cui c’è Poesia è possibile: basta volerla.

alunni

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Buon anno scolastico a tutti con le parole di una divertente poesia di Shel Silverstein (la traduzione è mia, il testo originale è intitolato “Sick”-malata), autore che amo molto (e che chiaramente suggerisco).

“Oggi non posso andare a scuola”

-esordì Peggy Ann Kay- ho morbillo, parotite e lividoni viola.

Asciutta la gola ma in  bocca tutta saliva che non va giù

E dall’occhio destro ormai non ci vedo più.

Grandi come macigni le mie tonsille,

sedici, anzi diciassette, di varicella le bolle.

Gamba malferma, occhiaie bluette e faccia verdina:

sarà mica la nuova febbre cavallina?

 

Tosse, starnuti, ansimi : mi sembra di soffocare

son certa che anche la gamba sinistra è da curare.

Se muovo il mento l’anca mi fa male

E l’ombellico ha un foro: che cosa si può fare?

La schiena è a pezzi, la caviglia non si muove

e l’appendice ulula quando fuori piove.

Il collo è rigido, la voce spenta

Sussurro a stento e la lingua è lenta.

Scheggiato il pollice e i capelli, ormai, andati

Schiena e gomito tutti piegati.

La febbre è alta e il cervello frigge

Ho un buco all’orecchio e l’unghia più non regge.

Il cuore è…

Come? Che ha detto? Perfavore, ripete? Non riesco a sentire!

Che oggi è sabato? Ma allora, mi scusi, esco fuori a giocare!

Quante volte, durante i colloqui con le famiglie, mi sono sentita dire queste parole, a volte con tono sconsolato, a volte rabbioso, da parte di genitori in tribolazione per i propri figli….

Insegno Italiano alle superiori e con questa frase la mamma o il papà di turno intendono, di solito, giustificare alcune lacune del figlio/a a livello grammaticale, la sua debolezza nello scrivere temi o la sua svogliatezza e disinteresse, in generale, nei confronti della mia disciplina. E puntualmente, ogni volta che sento queste parole uscire dalla bocca delle mamme e dei papà, parole che suonano stranamente più come una giustificazione alla mancanza del figlio che una critica, sarei tentata di ribattere loro:<<Ma a casa leggete? Avete libri? Acquistate quotidiani, riviste, giornali? E, soprattutto, avete mai letto fiabe e storie ai vostri figli da piccoli?>>. Ovviamente non lo faccio, mi sto zitta, non voglio urtare la suscettibilità di nessuno né far nascere sensi di colpa né, tanto meno, far sentire i genitori dei miei alunni giudicati nello svolgimento del loro ruolo di educatori. Tuttavia rimango nella mia convinzione che un lettore seriale, un robusto divoratore di libri, è nato e cresciuto in una casa in cui si legge tutti i giorni e si guarda poca TV, in cui sono a disposizione tanti e diversi libri ai quali ha avuto libero accesso sin da piccolissimo grazie ad una mamma o a un papà che, con amore e dedizione, gli hanno letto storie fin dai primi mesi di vita. L’amore per la lettura non è genetico, non è nel DNA, è piuttosto un virus che ci contagia, definitivamente e senza possibilità di scampo, attraverso l’ascolto di qualcuno che legge per noi già pochi giorni dopo la nascita, e ci rimane <<sulla pelle>> per tutta la vita come un marchio a fuoco. E come tutte le forme di amore necessita di essere nutrito: se un bimbo vedrà attorno a sé persone che leggono, sarà stimolato a fare altrettanto. E il conforto che un buon libro è capace di dare alla mente e al cuore non ha prezzo. Io ho sempre letto ai mie figli, fin dal rientro a casa dall’ospedale dopo la nascita. Il secondo ha quasi 5 mesi e ci sono tantissimi <<libri>> per uno gnometto di quest’età, ne parleremo. La prima figlia, che ha appena compiuto 4 anni, è un’ appassionata <<ascoltatrice>> di storie, sua droga quotidiana, e, mi auguro, sarà una futura lettrice di razza: le premesse perché lo divenga ci sono tutte. Se mi dovessero chiedere quale sia la mia idea di felicità mi viene in mente un immagine che si ripete tutte le sere quando andiamo a letto, un rituale al quale non rinuncerei per nulla al mondo: io, stesa in mezzo ai miei due figli, intenta a leggere storie. Leggere a un bambino è un grande atto d’amore nei suoi confronti e lo farà sentire amato e coccolato, oltre a dargli tanta serenità. E, magari, eviterà, in futuro, che mi senta dire da genitori esasperati dagli scarsi voti in italiano dei figli: <<Ma professoressa, mio figlio non MI legge!!!>>


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