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Archive for febbraio 2013

Death of Pinocchio (Der Tod des Pinocchio) 1988 Gottfried Helnwein

Death of Pinocchio (Der Tod des Pinocchio), 1988, Gottfried Helnwein.

Intanto s’era levato un vento impetuoso di tramontana, che soffiando e mugghiando con rabbia, sbatacchiava in qua e in là il povero impiccato, facendolo dondolare violentemente come il battaglio di una campana che suona a festa. E quel dondolìo gli cagionava acutissimi spasimi, e il nodo scorsoio, stringendosi sempre più alla gola, gli toglieva il respiro.
A poco a poco gli occhi gli si appannavano; e sebbene sentisse avvicinarsi la morte, pure sperava sempre che da un momento all’altro sarebbe capitata qualche anima pietosa a dargli aiuto. Ma quando, aspetta aspetta, vide che non compariva nessuno, proprio nessuno, allora gli tornò in mente il suo povero babbo… e balbettò quasi moribondo:
“Oh babbo mio! se tu fossi qui!…”
E non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le gambe e, dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito.
Da “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino.” di Carlo Collodi

Questa è una delle tante scene inquietanti di un libro che più lo rileggo più si svela, ai miei occhi, come un portentoso romanzo dark. Che lo fosse l’avevo intuito già da bambina; a Pinocchio devo, infatti, una delle immagini che, durante l’infanzia, mi hanno più colpita con la loro potenza, quella dell’untuoso Omino di Burro che guida il carro trainato da asinelli che porterà il burattino e Lucignolo al Paese dei Balocchi e alla perdizione: la crudeltà viscida e caramellosa, così umanamente comune e banale, dell’Omino, con quella sua boccuccia tutta miele e la vocina leziosa che nasconde la perfidia pura, e il suo carro di morte , con le ruote silenziose perché fasciate di cenci, trascinato da ciuchini che calzano stivaletti, hanno attraversato tante volte i miei incubi di bambina e ancora mi fanno rabbrividire… Ma era la morte per impiccagione di Pinocchio la scena che mi sconvolgeva di più. Pinocchio muore, o è vicino alla morte, tante e tante volte: è impiccato dagli assassini,viene annegato quando è un asinello azzoppato e quindi scarnificato dai pesci, rischia di essere cucinato dal pescatore che lo tira su nella rete e di essere bruciato da Mangiafuoco, è inghiottito dal vorace pesce -cane… ma la vera e definitiva morte avviene solo alla fine del libro, quando il burattino resta abbandonato sulla sedia e Pinocchio è ormai divenuto un bambino in carne ed ossa:  ho sempre avuto voglia di prendere tra le braccia il pezzo di legno senza vita per scrollarlo fino a farlo muovere di nuovo, urlandogli, come faceva lui sulla tomba della sua Fatina -sorella dai capelli turchini: “Rivivisci, rivivisci”! Non mi sono mai rassegnata a questa conclusione delle sue avventure, sebbene fosse la più ovvia. Non deve essere piaciuta neanche a Luigi Malerba che nel suo Pinocchio con gli stivali salva il burattino dalla peggiore delle sue avventure e cioè quella di “diventare un ragazzino perbene” e lo fa scorrazzare liberamente in altre fiabe classiche (Cappuccetto Rosso, il Gatto con gli stivali…) con risultati paradossali e divertenti, ispirati a uno scoppiettante susseguirsi di nonsense . In un’intervista del 1978 Malerba dichiarava:

I bambini sono fondamentalmente degli anarchici, e con loro puoi comunicare attraverso il nonsense che è appunto un esempio di anarchia totale…Poi, se vuoi dar loro uno strumento logico in più, puoi servirti del paradosso,che è un ottimo esercizio contro la noia delle idee prefabbricate, dalle quali siamo assediati e dalle quali dobbiamo difenderci.

Pensando a queste sue parole non c’è da meravigliarsi del perché sia stato attirato da un libro e da un personaggio come Pinocchio, anarchico per eccellenza, un ribelle che fino alla fine delle sue peripezie combatte senza successo contro la logica assurda ed insensata degli adulti (“quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione!“sentenzia il giudice di Acchappacitrulli con una illogicità che non fa una grinza), quegli stessi adulti  che vorrebbero mettergli al collo, nessuno escluso a cominciare dal babbo, “il grosso collare tutto coperto di spunzoni di ottone” appartenuto al cane Melampo per legarlo alla catena dei doveri e delle regole, dei sensi di colpa e delle responsabilità tipiche del loro mondo. Ma Pinocchio resiste, malgrado tutto, e la sua natura più vera è racchiusa nell’atto liberatorio ed irriverente di mostrare la lingua a Geppetto quando è ancora un ciocco di legno (“Smetti di ridere, ti ripeto!- urlò con voce minacciosa. Allora la bocca smesse di ridere, ma cacciò fuori tutta la lingua” ): un bambino appena venuto al mondo piange, Pinocchio, invece, fa gli sberleffi ed è così che mi piace ricordare, per sempre, il più anarchico ed intraprendente dei miei “compagni” d’infanzia.

bimba con pinocchio

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